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Una sfida che dura cinquant'anni
12.03.2009 Lo Sportello del Diritto

Il 25 marzo l'Europa festeggerà  nella capitale italiana il cinquantenario della firma dei Trattati di Roma, un'occasione per guardare al futuro sulla base dell'esperienza dei padri fondatori e per formulare nuove proposte che dovranno garantire maggiore flessibilità   ad un  Unione pi   democratica ed efficiente, che valorizzi e sostenga le iniziative dei cittadini e della società   civile. Per noi giovani    soprattutto l’occasione per festeggiare l  anniversario di un progetto che ha portato pace, stabilità   e prosperità   al   vecchio continente   ed offerto opportunità   di cui le precedenti generazioni non hanno potuto usufruire nella stessa misura. Per questo motivo, ragazzi di tutta Europa s’incontreranno nel primo   Youth Summit   che si terrà  a Roma in concomitanza con il Summit del Consiglio Europeo a Berlino, al fine di avviare dibattiti nazionali, nella diversità   dei giovani in ciascuno Stato e discussioni nel quadro della vasta gamma d’organizzazioni giovanili internazionali, sintomo [prodromo]evidente di un importante esercizio di consultazione dalla base che tenterà   di raccogliere i punti di vista delle nuove generazioni, far capire l’importanza e, consentiteci di dirlo, la fortuna d’essere parte di questa nuova Europa unita.
           Costruzione giuridica originale, l’Unione europea (Comunità   economica europea e poi in seguito Comunità   europea) fu pensata, soprattutto, come progetto politico capace di inserirsi nelle tradizioni di rappresentatività   democratica degli Stati che la compongono. Dopo la realizzazione della CECA, primo progetto limitato ai settori del carbone e dell'acciaio, occorre constatare che l' Europa dei piccoli passi ha compiuto progressi prodigiosi. Da balzi in avanti a slanci federali, dall'Atto Unico al Trattato di Nizza, passando per Maastricht e Amsterdam, il progetto europeo    cresciuto, ha acquistato legittimità   e s’imposto come una realtà   sempre pi   consolidata.  
           La firma del Trattato di Roma, il 25 marzo 1957, ha segnato la nascita della nostra famiglia europea. Cinquant’  anni dopo siamo ancora pi   vicini. Pur conservando ciascuno la propria identità   culturale e linguistica e le proprie tradizioni, possiamo contare sul fatto che la nostra unione si fonda su valori comuni di libertà, democrazia, Stato di diritto, rispetto dei diritti umani e uguaglianza. 
I cinquant'  anni anni d  Europa rappresentano un importante traguardo, ma anche un impegno per proseguire nel percorso di integrazione e condivisione di una comune idea europeista. 
           
Pur in presenza di una difficoltà   oggettiva nel tracciare in poche righe le linee essenziali dei 50 anni di sviluppo dell’  integrazione europea, trascorsi proprio dal  fatidico   25 marzo 1957 quando, nel Campidoglio di Roma, furono firmati i Trattati Cee ed Euratom, tuttavia    certamente possibile chiarire il   senso   di un  operazione senza precedenti nella storia della Comunità   internazionale, perché      proprio nell’  essere   senza precedenti   il fattore decisivo della sua identificazione. Il processo di integrazione non solo    unico nei suoi contenuti e nelle sue dinamiche e quindi nuovo, ma    anche diverso; e lo    perché   esprime le diversità   culturali di cui è   stata ed    ricca un  Europa ben lontana, in quest'  ottica, dal correre pericoli di grigia omogeneizzazione.
           
La grandezza dell’  integrazione europea risiede, infatti, nella vera e propria frattura operata con le vicende storico-politico-istituzionali fino a quel momento determinatesi con l  ulteriore capacità   di offrire una reale alternativa nella conduzione dei rapporti tra gli Stati:   novità     e   diversità     sono quindi gli elementi peculiari di ci   che oggi chiamiamo Unione Europea, entrambi ricchi di implicazioni e significati ed il progressivo allargamento dei Paesi membri dagli iniziali sei agli attuali ventisette (questo il numero dopo l  ingresso della Bulgaria e della Romania)    la evidente affermazione di tale risultato su di una scala sempre pi   vasta territorialmente. Per questo la  straordinaria capacità   dell’  Unione di proporsi come modello di organizzazione in grado di garantire pace, stabilità   e progresso economico, deve costituire di per s, un punto di non ritorno dell' esperienza comune europea, la sede nella quale si può   varcare la soglia dell' irreversibilità   nel processo di integrazione sovranazionale.
           
L 'anniversario dei cinquanta   anni dalla firma dei Trattati di Roma cade, per, proprio in un  momento di massima attenzione per il destino dell’  integrazione europea (forse in questo momento cos   delicato, tornano alla mente le parole del pi   incisivo presidente della Commissione europea, Jacques Delors: "Non sarà   possibile conseguire una integrazione economica e monetaria senza procedere al tempo stesso ad un'integrazione democratica e politica (  ). 
           
Passato e futuro dell’  Europa si intrecceranno nei prossimi giorni. Da una parte, la celebrazione dell’  inizio del sogno europeo, dall’  altra, la speranza per una soluzione della crisi politica in cui l  Europa    caduta da quasi due anni, dopo il fallimento del referendum francese ed olandese. Il cinquantesimo anniversario, che dovrebbe costituire un  occasione ideale per fare il punto sugli straordinari risultati conseguiti dai governi e popoli europei lungo il percorso comune avviato a Roma mezzo secolo fa e per rilanciare il progetto europeo verso nuovi e pi   ambiziosi traguardi, potrebbe trasformarsi in un  occasione di riflessione critica. Le incognite sono rimaste legate nella sostanza a quegli stessi problemi, cui l  esito delle consultazioni del 2005 in Francia e Paesi Bassi aveva fornito espressione e cassa di risonanza. 
Una crescente disaffezione dei cittadini europei nei confronti dell’  Unione Europea e delle sue istituzioni, testimoniata dal risultato non solo dei due referendum test   citati, ma anche dall’  esito di varie consultazioni politiche nazionali e da svariati sondaggi di opinione. Un senso di insicurezza diffuso, ed in larga misura attribuito ad una generica responsabilità   dell’  Europa, derivante da un andamento insoddisfacente delle economie nazionali, dalla complessiva perdita di competitività   dei sistemi produttivi europei rispetto alla concorrenza internazionale, da una incapacità   di creare nuove occasioni di lavoro e di occupazione, da una distanza troppo marcata dell’  arena politica europea dalle pi   giovani generazioni. Ed infine una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni europee, aggravata dalla sensazione di un appesantimento complessivo dei meccanismi decisionali e di un affaticamento delle istituzioni stesse, conseguenza in larga misura del processo di all’  allargamento ma anche della perdita progressiva di una visione comune e condivisa circa le finalità   del progetto europeo.
 Di fronte ad una battuta d  arresto della dinamica complessiva di tale progetto, tanto pi   seria in quanto non inattesa, la   pausa di riflessione   concordata all’  indomani del doppio   no   franco-olandese ha rappresentato uno sbocco per molti versi obbligato, un rimedio necessario per evitare che la crisi si approfondisse sino a diventare priva di vie d  uscita, come sarebbe stato nell’  ipotesi di ulteriori e pi   diffusi   rifiuti   del Trattato costituzionale. Tale pausa non deve, per, prevalere sulla riflessione; essa deve essere ormai considerata conclusa- come ha ricordato il  Cancelliere tedesco Merkel, nel gennaio, esponendo al Parlamento Europeo le linee programmatiche della Presidenza tedesca- impegnandosi a definire un percorso, a partire dal prossimo giugno, che consenta di uscire dalla situazione di incertezza e di stallo al fine di rilanciare un ambizioso programma di riforma delle istituzioni. La Dichiarazione politica dei leader dell’  Unione, che illustra valori ed ambizioni dell’  Europa e che verrà, infatti, solennemente adottata dal Consiglio Europeo a Berlino il prossimo 25 marzo, potrebbe costituire un primo appuntamento e un significativo banco di prova delle possibilità   a confermare l  impegno condiviso di riuscita nel tentativo di rilanciare il processo di riassetto costituzionale.
 Partendo da questa breve analisi dello stato attuale del dibattito si possono avanzare alcune considerazioni. Innanzitutto    evidente che una chiara e forte volontà   politica da parte dei governi degli Stati membri aiutasse il processo costituente ad uscire dall’  impasse in cui si trova attualmente, e non    banale chiedersi quali equilibri e quali alleanze possano formarsi. Indipendentemente dal risultato delle sinergie fra governi,    infatti evidente che il ritorno al metodo intergovernativo sarebbe un grave passo indietro. Siamo indotti a confidare in eterno negli equilibri politici fra gli Stati, ad attendere pazientemente che per qualche fortuita coincidenza di intenti fra leader politici si crei la volontà   di fare progredire il processo costituente   Non dimentichiamo che i cittadini hanno rigettato la Costituzione per una grande varietà   di motivazioni, ma non certo perché   intendevano rinunciare ad avere voce in capitolo, incaricando i governanti di occuparsene al loro posto. Al contrario, le apprezzabili cifre di affluenza al voto (anche nelle elezioni europee del 2004) dimostrano una evidente volontà   di partecipare: ogni tentativo di riproposizione del metodo intergovernativo tout court sarebbe inevitabilmente - e giustamente - tacciato di scarsa democraticità  . Nessuna riformulazione della Costituzione può   essere quindi calata dall’  alto; il testo va si modificato in quanto troppo farraginoso (si deve pur tener conto che appare difficilmente praticabile e realistica l  ipotesi di riproporre sic et simpliciter il progetto costituzionale agli elettori che ne hanno gi   bocciato la ratifica e agli altri Paesi che, trincerandosi dietro il risultato delle consultazioni referendarie svolte in Francia e nei Paesi Bassi, hanno manifestato una chiara riluttanza ad impegnarsi per la ratifica del Trattato), ma con meccanismi democratici. Il mondo dei partiti, delle associazioni, delle ONG ha l  occasione di fare di necessità   virtù   e di sfruttare la congiuntura che si    creata per influenzare il processo costituente. Tenendo conto di questi spunti una nuova Convenzione  dovrebbe emendare il testo attuale per poi sottoporlo ad un referendum consultivo (ipotesi cara anche ai federalisti europei), nello stesso giorno in tutta Europa, in concomitanza con le elezioni europee del 2009.
 Questo non soltanto stimolerebbe un vasto dibattito e una risposta chiara, senza dubbio, a quei governi ansiosi di ridimensionare il testo esistente, magari smorzandone il contenuto ritenuto troppo federale (  il primo passo verso un Superstato europeo  - secondo il Presidente polacco Lech Kaczynski- o anche alla proposta del candidato alle presidenziali francesi Nicolas Sarkozy di ritagliare dalla Costituzione esistente un mini-trattato spiluccando dal testo esistente gli elementi meno controversi), ma soprattutto costringerebbe i governanti, coscienti di dover sottoporre il proprio operato al giudizio attento e severo degli elettori al momento del voto referendario, a prendere apertamente posizione sul futuro dell’  Europa, mentre i cittadini guadagnerebbero il diritto di essere interpellati democraticamente in quanto vero demos europeo, e non più  in virtù   di un  appartenenza nazionale. Un avvenimento storico senza precedenti.

dott. Gabriele Pietrolati

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